Armi chimiche e convenzionali: il massacro dei curdi come lezione storica

Tom Stoddart Collection
Italian Post

La verità non è ciò che è dimostrabile, ma ciò che è ineluttabile. E’ quanto sosteneva lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry; non è un caso che la sua misteriosa morte in volo abbia lasciato un enigma per sessantaquattro anni.

Ieri dalle Nazioni Unite è arrivata una conferma che si attendeva da tre settimane: gli attacchi del 21 agosto presso Ghouta, nella periferia orientale di Damasco, che hanno causato la morte di 1.338 persone, sono stati condotti con l’utilizzo di gas nervino Sarin. Il rapporto consegnato dallo staff di ispettori guidato dallo scienziato svedese Ake Sellstrom non ha individuato un responsabile degli attacchi, ma secondo i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia i dettagli sui razzi usati, oltre alle traiettorie effettuate dagli ordigni, dimostrano che il regime di Bashar al-Assad sia l’unico colpevole. Di converso, i russi sostengono che le potenze occidentali starebbero cercando di “saltare alle conclusioni” degli accordi di Ginevra stilati venerdì con dei pretesti profittatori.

Il massacro di Halabja

Il massacro di Halabja

Nella relazione Onu si legge che la strage di Ghouta rappresenta il peggior attacco con armi chimiche registrato da venticinque anni a questa parte. Ban Ki-moon ha dichiarato che l’ultimo episodio in cui vennero utilizzate questo tipo di testate contro i civili risale al 1988, quando le milizie di Saddam Hussein impiegarono il “gas nervino” a Halabja per reprimere le proteste dei curdi. Era appena terminata la guerra che vedeva l’Iraq di Saddam contrapposto all’Iran di Khomenei, un conflitto durato otto anni (1980-1988), che lasciò endemiche cicatrici nella memoria di una comunità continuamente martoriata dai conflitti come quella curda. Vedasi l’attuale esodo dalla Siria.

Si conta che dal 1988 al 1990 i curdi uccisi e “gassati” furono 50.000; nel quadro complessivo delle persecuzioni condotte dal 1979 al 2003, questa cifra è scioccante. Ma con quali arsenali l’esercito del raiss iracheno potè compiere tale sterminio? Come documentato in un dossier realizzato dal giornalista del Washington Post Michael Dobbs, sia l’amministrazione del presidente Ronald Reagan che il governo di Bush senior, dal 1984 al 1988 autorizzavano la vendita di materiali al regime di Baghdad, che venivano utlizzati per la fabbricazione di armi chimiche. Si trattava di sistemi tecnologici militari civili; tra cui sostanze chimiche velenose e virus biologici letali, come l’antrace e la peste bubbonica. Il documento di Dobbs sostiene che i servizi segreti statunitensi facessero passare tali testate attraverso l’Arabia Saudita: da qui giungevano direttamente nelle mani di Saddam Hussein.

Reagan-Saddam

Reagan e Saddam Hussein

Il fine giustifica i mezzi, anche quelli chimici. Durante quegli quegli anni, i funzionari americani erano più preoccupati dalla prospettiva di una possibile avanzata in Medio Oriente dell’Iran di Khomeini, i cui guerriglieri stavano sperimentando attacchi suicidi contro l’esercito iracheno. Ma al termine della guerra, segnata dalla risoluzione n. 598 dell’ONU, il regime di Saddam Hussein decise di impiegare quelle stesse armi anche nelle repressioni sommarie contro le comunità curde che dopo il conflitto richiedevano l’indipendenza dall’Iraq, nel quasi totale disinteresse della comunità internazionale; a parte il governo britannico, in quella circostanza nessuno denunciò i massacri compiuti con l’uso del Sarin e del terribile “gas mostarda”, prodotto dal cloroetano. Soltanto dopo la prima guerra del golfo, conclusa nel 1991, gli arsenali chimici e biologici di Saddam Hussein vennero quasi totalmente distrutti, ma ciò non impedì al governo di Baghdad di perpetuare i massacri verso le minoranze sciite e curde con armi convenzionali. Almeno fino alla guerra del 2003, in cui l’amministrazione del presidente George W. Bush promosse l’intervento militare in Iraq giustificato dal fatto che Saddam Hussein possedesse ancora armi di distruzione di massa.

Ora, sarebbe alquanto truce tentare di effettuare improbabili comparazioni tra il massacro dei curdi nel 1988 e le stragi nella guerra civile siriana. Non possiamo permetterci di speculare sulle tragedie della storia, per di più predicando e pretendendo obiettività. Solo un’osservazione può invitare a riflettere: i curdi furono effettivamente sterminati da un responsabile, ovvero il regime di Saddam Hussein, che impiegò i propri arsenali chimici per compiere gli eccidi. Di converso, la guerra civile siriana ha provocato nell’arco di tre anni più di 100.000 vittime con armi convenzionali. E i massacri si stanno compiendo sia da una parte che dall’altra, basti pensare alla recente carneficina ad opera dei ribelli del Fronte di Al Nusra, diramazione irachena di Al Qaeda, contro la comunità cristiana di Maalula.

Quod existit, id est possibile. Il problema dell’attuale situazione, che vede una chiara presenza di armi chimiche in Siria, sta nella pretesa delle potenze impegnate nella risoluzione di trovare ad ogni costo un colpevole. I massacri in Siria si stanno compiendo sia da parte del regime che dal fronte dei ribelli, peraltro con armamenti bellici tradizionali. Per quanto si possa dimostrare l’utilizzo di armi chimiche, speculando sui possibili responsabili, non andrebbero dimenticati i dati oggettivi della crisi siriana, che non si risolveranno di certo applicando delle sanzioni o, in extrema ratio – ipotesi da scongiurare -, con un intervento militare motivato dall’utlizzo di gas nervino in un conflitto senza santi né eroi. Ciò non toglie che la lotta all’uso di questi modelli di testate debba essere condotta nella maniera più completa e meticolosa, non limitandosi al contesto siriano. Eventualmente rinforzando la convenzione internazionale sulle armi chimiche redatta a Parigi del 1993, nel tentativo di porre ulteriori limitazioni e controlli sullo sviluppo, l’accumulo e l’uso degli arsenali di distruzione di massa. Ma si tratta di un altro “tipo” di guerra, non del conflitto civile che si sta consumando in Siria dal 2011.

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